Chi perde siamo noi

Evidentemente il governo australiano pensa che per evitare che i giornali vengano colpiti da due malanni (non esser letti, e pubblicare stronzate per recuperare quei lettori persi) basti far pagare Google e Facebook. La nuova legge australiana sembra davvero un compendio di ragionamenti raffazzonati, soluzioni ai problemi sbagliati, e in generale una volontà di preservare, con tutte le forze possibili, il vecchio mondo. Che però è già bello che crollato.

Per un riassunto su cosa significa la legge, cosa è successo e a che punto sono arrivati dopo mesi di trattativa c’è un articolo del Post abbastanza completo. A me fa sempre ridere che a lamentarsi dei giganti dell’informatica siano sempre coloro che da quei giganti hanno un beneficio diretto: senza la condivisione di Facebook e Google News molte testate sarebbero già sparite non tanto dal dibattito pubblico, quanto dalla testa del pubblico. Nonostante questo additano i suddetti servizi come responsabili del calo vertiginoso dei loro introiti, oltre a metterli su pubblica gogna per la creazione e diffusione di “fake news”. L’altro giorno è uscito questo video molto divertente sulla situazione, credo che la riassuma in maniera perfetta:

Ironia della sorte: considero Facebook una delle invenzioni peggiori dell’umanità, ma tifavo per loro in questa storia. Poi certo, si son dimostrati i soliti, ottenendo delle modifiche talmente sostanziali alla legge che praticamente non avrà alcun valore a parte il pagamento da parte delle piattaforme al settore giornalistico australiano.

Pagamento diretto? Indiretto? Per il momento Google sta pagando direttamente gli editori, e in futuro Facebook dovrebbe fare degli investimenti in quella direzione, compresi i giornali locali. Come ha saggiamente ricordato il video satirico linkato poc’anzi, pagare un editore non significa certo investire in giornalismo di qualità.

È un cane che si morde la coda, un cortocircuito irrisolvibile. Se tutti sono dei “creator”, come chiunque abbia a che fare con YouTube sa, significa che abbiamo tutti le stesse possibilità? Con una legge come quella ratificata dal governo australiano è l’esatto opposto. Tanti anni fa si decise che qualsiasi contenuto su internet doveva essere gratuito e che a pagare per il suo sviluppo doveva essere la pubblicità: trent’anni dopo, ne stiamo pagando tutti le conseguenze. Non è che tornare a pagare sia la soluzione migliore, ché come diceva Nathan Robinson le bugie sono gratuite, mentre la “verità” è dietro paywall. (“Verità” è sicuramente un termine eccessivo, e Robinson stesso lo dice già nel terzo paragrafo del suo pezzo, ma rende l’idea.)

Ovviamente non ho soluzioni. È una cosa sulla quale rifletto spesso, ma non ho soluzioni, sicuramente non ad applicazione rapida. Ma un giorno, ah!, un giorno!


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