Siamo ricchi (ma inutilmente)

Poco tempo fa è stata diffusa questa ricerca in cui si delinea una prospettiva molto interessante. I nostri dati, che forniamo ogni giorno alle aziende dei servizi online che utilizziamo e dei quali le stesse aziende si nutrono e tramite i quali monetizzano, potrebbero rappresentare un mezzo vero e proprio attraverso il quale controllare il sistema delle aziende Big Tech. O, quantomeno, essere un importante elemento per limitare l’eccessivo sbilanciamento fra il nostro dare virtuale e il loro incassare più che reale.

La ricerca suggerisce anche alcune forme di controllo e di vero e proprio attivismo, come il Data Strike, lo sciopero dei dati, esercitato smettendo di utilizzare i servizi o addirittura richiedendo la cancellazione forzata dei nostri dati attraverso vie legali. Il Data Poisoning, una vera e propria azione di guerriglia con lo scopo di differenziare in maniera irregolare (o incasinare del tutto, se vogliamo essere meno professionali) la raccolta dei nostri dati per confondere gli algoritmi. La Conscious Data Distribution, ovvero l’utilizzare i nostri dati solo sulle piattaforme che riteniamo eticamente valide.

Lo scenario in cui l’utilizzatore non è più il gradino più basso della scala di potere e anzi può finalmente fare qualcosa per migliorare l’ambiente dei contenuti e la loro qualità sembra una finestra aperta in una stanza chiusa da troppo tempo.

I problemi di fattibilità, evidenziati anche nello studio, sono ovviamente quelli della massa critica e del reale impatto. Il vantaggio maggiore, continuando a leggere, sarebbe forse il riuscire a far istituire valide leggi e policy a protezione della propria privacy.

Il problema alla base, calandolo nel reale, potrebbe invece essere uno solo: la consapevolezza. Quanti sono davvero consapevoli del valore dei propri dati e delle loro informazioni?

L’abbiamo visto l’anno scorso con la polemica sull’app di tracciamento Immuni e su quanti si battevano per conoscere i livelli di privacy dell’app rispetto alle proprie informazioni sensibili. Abbiamo visto quanti non solo ritenevano ridicola questa preoccupazione, ma affermavano che la privacy ormai era un concetto che non esisteva più, qualcosa di ormai superato, come se si stesse parlando di una vecchia radio a valvole.

Senza trascendere nel classico e ritrito discorso sul “nulla da nascondere”, sta di fatto che, in fondo in fondo, vedere un annuncio mirato, delle foto che ci piacciono, dei giochi on line che ci divertono, per la maggior parte delle persone non rappresenta un fastidio così grande. E quella maggior parte delle persone è comunque il complemento di una eventuale massa critica.

Stiamo sempre parlando, di un’area (l’Unione Europea) dove siamo molto protetti dal punto di vista dei dati personali grazie alla copertura del GDPR, ma in altri paesi del mondo in cui non si hanno gli stessi diritti di protezione, cancellazione, oblio dei propri dati quanto sarebbe più complicato portare avanti un data strike? Come fa ad esserci fra gli obiettivi l’ottenere leggi e norme sulla privacy più stringenti (il traguardo più utile, abbiamo detto) se nel mio paese nessuno sa cosa accade e nessuno protegge le mie informazioni?

Prima le cose importanti, dunque. Prima di capire quanto si è forti o quanto si è deboli si dovrebbe fare la conta di quello che si ha e quanto può valere, poi si sceglie cosa utilizzare e come proteggerlo.

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